Carta dei diritti del ragazzo che pratica sport
Nell'anno europeo dedicato all'educazione mediante l'attività sportiva, e nell'anno dei festeggiamenti per il 20° ( compiuti esattamente il 17 Gennaio 2004) il consiglio del G.S.Riale ha pensato di qualificare l'evento con un documento, appunto la "Carta dei diritti del ragazzo che pratica sport", un documento che abbiamo affidato a tanti autorevoli amici che hanno accolto l'invito di lasciarci un pensiero su ogni punto.
E a partire dal numero 7 di Time-out per dieci uscite pubblicheremo il decalogo e la riflessione di un punto alla volta.Desidero ringraziare chi ha collaborato a questo importante lavoro, certo che lascerà altrettanti frutti.
1. DIRITTO DI FARE SPORT PER DIVERTIMENTO E PER GIOCO
2. DIRITTO A SVOLGERE UN' ATTIVITA' SPORTIVA
3. DIRITTO A FREQUENTARE UN AMBIENTE SANO
4. DIRITTO A ESSERE TRATTATO CON DIGNITA'
5. DIRITTO A FARE SPORT IN SICUREZZA, ASSISTITO DA PERSONE COMPETENTI
6. DIRITTO A SVOLGERE ALLENAMENTI "DA BAMBINO"
7. DIRITTO A MISURARSI ALLA PARI CON L'AVVERSARIO
8. DIRITTO A PARTECIPARE A GARE ADATTE ALL'ETA'
9. DIRITTO A GIUSTI TEMPI DI RIPOSO
10. DIRITTO A NON ESSERE UN CAMPIONE
Educare attraverso lo sport è da sempre tensione ideale tanto per chi è alle prese con le cosiddette attività educative come per gli operatori sportivi giovanili.
Nessuno osa pensare reali percorsi educativi totalmente slegati da attività sportive ed è altresì impossibile negare all’esercizio sportivo una reale funzione pedagogica.
L’intreccio tra questi due momenti (distinti ma non separati) è così stretto ed evidente che non servono parole per spiegarne le ragioni, ma diventa urgente domandarci; perché sport e funzione educativa non poche volte si sganciano ? Cosa rende fragile questa continuità ?Sono domande scomode perché ci chiedono di non generalizzare (infatti lo sport non educa sempre e comunque ma educa “quando educa”) ed il coraggio di una ricerca serena, libera e seria.
Propongo in questa riflessione, due semplici indicatori direzionali che possono aiutare a fare chiarezza sui quesiti sovra esposti e a tenere insieme orizzonti che è bene mai separare
- Al momento attuale lo sport ha perso la sua capacità educativa perché non è più un gioco, si è trasformato in un “lavoro” cioè in un’attività strutturata e non più svincolata da fini immediati di produzione, o di retribuzione, o di esasperata competizione o di prevaricazione.
Fare in modo che lo sport resti dentro la cornice del gioco è invece prerequisito essenziale per l’educazione del ragazzo.Il gioco deve produrre gratificazione e divertimento in chi lo pratica. Portare lo sport “oltre” la dimensione ludica significa non solo privarlo della sua intrinseca forza interiore (gratuità, libertà, condivisione..) ma spingerlo sui crinali della “competizione retribuita” a vari livelli che inquinano le ragioni dell’educare.
Nessun ragazzo descrive il suo impegno sportivo come un “fare sport” ma solo e sempre come un “andare a giocare”.Ed è proprio dentro questa espressione che si trovano i cardini costitutivi della relazione tra sport ed educazione.Non lo possiamo dimenticare: ciò che educa è la capacità di giocare, da soli o con i propri compagni di squadra, con la propria corporeità e con le precise regole che rendono possibile il gioco.Secondo questa chiave di lettura, il gioco è “metafora della vita”; prima di tutto aiuta lo sviluppo della coscienza e della capacità della persona, poi simula la partecipazione alla vita sociale ed infine insegna a scoprire i propri limiti, la sofferenza, la sconfitta, la “finitudine”, insieme al piacere e all’affermazione di sé.
Il gioco, pertanto, non va concepito come sfogo, come intermezzo tra le cose utili, come riempitivo, come comunque secondario ma come autentico strumento per educare e trasmettere valori.E’ attraverso il gioco che il ragazzo esprime determinati fattori caratteristici della personalità e manifesta atti di intelligenza, di volontà e di creatività.
- Perché si verifichino questi importanti aspetti educativi nel gioco e nello sport, occorre ci sia una figura di riferimento, l’allenatore-educatore, che sia in grado di accogliere in modo adulto i ragazzi e sia disposto ad accompagnarli in questo processo di crescita educativa.Il gioco è cultura e vita. Perciò ha bisogno di “pensiero” e di “attenzione” da parte dell’operatore sportivo giovanile.Costui deve ricordare che i giochi, compresi quelli sportivi, non sono schemi rigidi da eseguire, da applicare in modo automatico, ma situazioni da creare, modificare liberamente, sviluppare in rapporto agli obiettivi che si vogliono raggiungere e ai soggetti che agiscono in quel momento e in quella situazione.Inoltre coloro che hanno esperienza di vita di gruppo tra i ragazzi sanno quanta potenzialità espressiva è racchiusa nell’impegno del gioco e quale straordinario livello di comunicazione si instaura tra i compagni: l’educatore sportivo è chiamato a comprendere pienamente il significato formativo che può avere ciascun gioco, a conoscere le attitudini psico-motorie dei ragazzi, i loro desideri e di conseguenza individuare le soluzioni adeguate per “modellare” la struttura del gioco alle loro personali esigenze.
Educare attraverso lo sport diventa allora itinerario complesso, ma non complicato, che offre a ciascun ragazzo libertà e protagonismo a partire dal gioco e dal divertimento.
Percorso affascinante perché rappresenta il divenire della vita.
Allenatore F.I.G.C. di base Uefa
Educatore Sportivo Nazionale C.S.I.
Formatore Sportivo Nazionale C.S.I.
Istruttore Area Motoria Scuole Infanzia
2. ”DIRITTO A SVOLGERE UN ATTIVITA’ SPORTIVA”
Nel decennio 1994-2003 tutti coloro che hanno avuto a cuore le sorti dello sport ( per essere istituzionalmente a quest’ultimo preposti,sia come rappresentanti del C.O.N.I., federazioni sportive nazionali,degli enti di promozione sportiva, del ministero della pubblica istruzione, attualmente Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, sia delgi Enti territoriali locali, quali Comuni, Provincie e Regioni) sono stati coinvolti nell’elaborazione, discussione e stesura di decine di opere a stampa, raggruppabili in almeno 19 diverse tipologie di “riflessioni”:
Carta,Cartello,Codice,Comandamento,Decalogo,Dichiarazione d’intenti,Documento,Editto,Enunciato,Libro ( Azzurro,Bianco etc..), Manifesto,Massimario,Pastorale,Petizione di Principi, Progetti,Proposizioni,Raccomandazioni,Regole,Testo,
attinenti appunto a quel grandioso fenomeno sociale, racchiuso in un vocabolo formato da cinque lettere:SPORT
come i simbolici cinque cerchi in reciproco legame olimpico.
Decine,ripeto,di opere che riempiono almeno un intero scaffale di biblioteca alla voce “Propositi in merito alle attività motorie educative e sportive”.
Il G.S.Riale, federato al C.S.I., ha fatto propria una CARTA DEI DITITTI DEL RAGAZZO CHE PRATICA SPORT,in dieci punti, o decalogo,garante di un’educazione sportive che rispetti le particolarità del giovane. Essa rappresenta un’impegno, per chi vi aderisce, a praticare e divulgare un’ottica sportiva che mette al centro il ragazzo, anziché il risultato.La carta dei diritti del ragazzo nello sport, edita nell’ottobre 1994 da un movimento nato a Ginevra per volontà di un gruppo di allenatori e di specialisti della fanciullezza e dell’adolescenza, con il sostegno del Service des Loisirs-Departement de l’Istrusction Publique du Canton de Genève, preconizza di favorire:
a) la pluridisciplinarietà ( allargamento dell’esperienza motoria)
b) adeguare l’otganizzazione della competizione ( non imitare tornei o campionati confacenti all’adulto)
c) rispettare i tempi personali di apprendimento ( non operare una selezione troppo precoce)
d) prendere in considerazione i mutamenti fondamentali legati alla pubertà ( che spesso conducono a momentanee regressioni delle capacità motorie)
e) tenere presente che il ragazzo non ha terminato la sua crescita
Non a caso Ginevra:dal 1700 nella celebre località svizzera sono nati e sorti personaggi e “scuole” direttamente legati all’educazione fisica e sportiva.Al medico svizzero Jaques Ballexserd, nato a Ginevra il 3 ottobre 1726, dobbiamo proprio il termine “educatio physique” da lui coniato nel 1726, nella “ Dissertation sur l’education physique des enfants, depuis la nuissance jusqu’à l’age de de pubertè”. Opera “coronata” dall’Accademia di Mantova, e fatta immediatamente tradurre in italiano.Svizzeri risultano grandi educatori quali Boschetti Alberti Maria, Claparede Edouard, Ferriere Adolphe, Necher de Saussure Adrienne-Albertine, Pestalozzi Johann Heinrich, Piaget Jean e Rousseau Jean-Jaques.
La rivista della Scuola Federale Svizzera “Marcolin”, nel numero 2 del 1994, ed il bimestrale italiano di studi sull’edicazione fisica e sullo sport “DIDATTICA DEL MOVIMENTO”, n°95, novembre/dicembre 1994, hanno trattato il tema “I diritti del bambino che pratica sport”, a cura di Lucio Bizzini. Il C.O.N.I., precedentemente, il 27 luglio 1994, si espresse con un Documento di lavoro, in cui, tra i diversi temi trattati, preparatorii per una “CARTA DELLO SPORT DEL DUEMILA”, emergeva il problema relativo alle diverse fasce d’età, o “profili” di tutti i cittadini interessati alla diffusione della pratica sportiva.In successivi studi venivano poi evidenziati i problemi relativi alla “coeducazione”, ovvero alla compresenza maschio-femmina, abile-disabile, età disomogenee, ecc…A conclusione del decennio”d’intenti” espressi ed elaborati nell’ambito delle Comunità europee, la Gazzetta Ufficiale dell’Unione, nel febbraio 2003, pubblicò la Decisione, istituente il 2004 ANNO EURPOEO DELL’EDUCAZIONE ATTRAVERSO LO SPORT.Campagne informative e promozionali, riunioni ed eventi, premi e competizioni, indagini e studi sono stati in proposito supportati da contributi comunitari ammontanti a 11,5 milioni di euro.Il 2004 vedrà l’Italia impegnata nell’organizzazione dei Giochi Intercontinentali Studenteschi.In Atene lo svolgimento delle Olimpiadi.Dal marzo 2003 al gennaio 2004 la Soprintendenza Archeologica ed il M.I.U.R. hanno promosso diecine di manifestazioni e mostre attinenti allo “Sport nell’Italia Antica” e “Nikè”.Un concentrato, quindi, di attuazioni, eventi e studi che necessariamente consentiranno agli associati tutti del Gruppo Sportivo Riale vi verificare,per comparazione, se l’insieme di tante “dichiarazioni d’intenti” porteranno ad atti e fatti concreti, i soli a realizzare un’effettiva crescita e sviluppo del movimento sportivo.
3. ”DIRITTO A FREQUENTARE UN AMBIENTE SANO”
Cosa vuol dire, per i nostri figli che praticano sport, frequentare un ambiente sano? Quando si vede sempre più spesso sfruttare mezzi poco “sportivi” per raggiungere i risultati?
Se lo sport è guidato bene è sicuramente istruttivo, questo vuol dire che ai nostri ragazzi deve essere insegnato che lealtà, coraggio e spirito di squadra vengono prima di ogni altro risultato. Sarà compito sia dei genitori sia degli allenatori delle società sportive trasmettere questi valori e rendere piacevole fare sport,in modo da creare i presupposti che ad ogni ragazzo sia riconosciuto il diritto a frequentare un ambiente sano.
Guido e Maurizia
* Brevissima introduzione…
Lieto di essere stato interpellato, vorrei subito precisare ai cari lettori, che la stesura di questo breve testo non vuole essere riferito ad una sola fascia di età, e nemmeno ad un solo settore della totalità, o comunque delle tante attività sportive che vengono svolte.
Si potrebbe dire che è un discorso per te e per tutti, perché tutti sono gli “interessati”, i “destinatari” dell’articolo; anche per te che stai leggendo solo per curiosità, e per chi potrebbe non avere niente a che fare con una tale realtà.
Perché? Beh! Scopritelo leggendo e… “ascoltando”. Buon divertimento!
* Possiamo dare una indicazione iniziale?
Sì, ed è proprio la richiesta dell’ascolto. A te che ti appresti a leggere queste righe, chiedo di metterti in ascolto. L’ascolto è una delle condizioni perché venga rispettata la dignità di ogni persona.
Oggi infatti si è capaci di “sentire” di tutto in continuazione e di sorvolare sulle parole che quelli che vivono al nostro fianco vogliono dirci. Si è abituati a “sentire” più che ad “ascoltare”. Ecco allora che quando uno parla è facile, per l’altro, attivare un filtro, quello del proprio modo di comprendere; si codifica quanto l’altro dice, lo si codifica traducendolo secondo le proprie idee. Cioè quello che l’altro dice, viene recepito da me come lo intendo io e non come me lo sta dicendo l’altro.
Tuo figlio, tua madre, tuo marito… ti parlano; ma tu lo stai capendo quello che ti dice tuo figlio, tua madre, tuo marito, il tuo allenatore, il tuo allievo, il tuo prete… quando questi ti parlano?
Aspetta, perché non è finita! Devi sapere che anche chi parla è invitato a tenere conto di chi gli sta di fronte, tanto che il suo parlare dovrebbe essere l’espressione di un grande desiderio: dire cose che sono per il bene e dire cose competenti; è importante che si dia da fare per ricercare il bene, per dare i consigli giusti, e non semplicemente le proprie opinioni non avendo alcun interesse per l’interlocutore. Anzi, che ci sia o non ci sia non fa una grande differenza! O, se la fa, è perché posso “sfruttarlo” in qualche modo, per cui il fatto che ci sia è importante per questo! Quindi un parere perché sia vero non può basarsi solo sul “secondo me”.
La fatica di ascoltare alle volte è accentuata, se non addirittura provocata, da un clima fortemente soggettivista, marcato dall’indifferentismo, e da uno stretto individualismo.
Non si ascolta perché la realtà è che si è soli, e di conseguenza, se vuoi sopravvivere, ti lasci prendere dalle tante cose, perché queste sono un po’ come dei tappa-orecchie del cuore. A nessuno infatti piace essere solo, né tanto meno essere lasciato solo (ovvero non essere considerato).
È certo che continuando su questa linea è facile capire come si è tutti presi dal dover apparire, dal doversi mettere in mostra, dal dover essere famosi, dall’essere in un modo o nell’altro presi in considerazione, e quindi essere i più bravi, i migliori, i più in forma, i “miti”…
Certo! E chi dice il contrario!? Quanto è sana, bella, piena una vita che è riempita anche dallo sport, dalle varie attività anche agonistiche! È bello, si gioisce, ci si riempie di rapporti, si cresce…
Potrei continuare, ma non è questo il tema del mio articolo!
Ritorniamo a bomba (anche se oggi non è il termine giusto da usare!). Se la preoccupazione è di dover apparire, se il valore più grande da vivere anche nello sport è quello di essere il migliore di tutti come unica vera o totalizzante realtà della mia vita, allora si capisce come la mia vita è una vita alienata. Non è la mia vita!
Il problema quindi non è la competitività (che ci deve essere per gustare appieno un gioco e lo sport), ma il saper crescere là dove c’è la sconfitta, il saper accogliere anche il perdente, il saper valorizzare la vita, il saper rimanere nell’umiltà e con il sorriso sia nella vittoria che nella sconfitta. Insomma, se vogliamo proprio dirla come va detta, nel saper mantenere per sé e nel saper continuamente costruire nell’altro, la propria e l’altrui umanità, e quindi la DIGNITÀ.
Non è la maschera o l’essere ciò che non si è che mi fa mantenere la mia dignità. No!
Ripeto, la mia non è una condanna contro chissà quali mulini a vento, ma la considerazione che il diritto ad essere trattato con dignità passa proprio dall’essere se stessi, nel costruire l’armonia nella mia umanità, con me stesso e con gli altri.
Ecco che la parola autoritaria dell’istruttore è un aiuto in questo cammino, ma l’umiliazione inflitta perché non corrispondi a chissà quale progetto che altri hanno e costruiscono per te, non è e non sarà mai un cammino, tanto più se questo progetto magari risulta essere del tutto inutile sulla tua vita! Quindi la verità di una vita piena, la realizzazione della propria vita è la capacità dei passi compiuti con il dialogo, reso vero dall’ascolto attento, e la sempre più piena conoscenza reciproca.
A questo si deve giungere con il ragazzo che pratica sport. Sì, proprio questo è un mattone prezioso nella via della dignità.
Badate bene che il dialogo può anche essere vissuto con i gesti, con lo sguardo, con un sorriso, con una stretta di mano… Perciò via libera alla fantasia dell’istruttore!Ma, tutto questo, come si diceva prima, è insidiato da un pensiero e un modo di vivere sbagliato, che potrebbe scoraggiare e portare a chiedersi: esiste una impossibilità di ascolto e quindi di dialogo? Perché se il dialogo fosse impossibile, ci si limiterebbe a compiere solo ed esclusivamente i propri obblighi! E di conseguenza, come sarebbe presumibile, ad ogni minima possibilità di giustificazione (nel senso di venire meno alle proprie responsabilità, che invece potrebbero essere utili per la mia crescita) si coglierebbe l’occasione per fuggirli o raggirarli. Chi entra a far parte di una società sportiva a qualsiasi titolo vi entri, entra anche in un dialogo e in un rapporto di ascolto reciproco e di crescita che sa andare oltre le apparenze per aiutare ad assolvere ai propri diritti, uno dei quali è quello di non venire meno alla propria dignità.Ma il rapporto tra le persone, tra allenatori e allievi, va oltre al semplice allenamento, alla emozionante esibizione o alla agguerrita “sfida” dei tornei; deve andare oltre per “entrare” in quel contatto tra quegli sguardi che sanno leggere in profondità, e così divenire scintilla costruttiva della verità delle persone.
Allora la dignità, tra le altre cose dice anche chi sono, l’età, le condizioni, le possibilità, le tappe di crescita…, tutto deve essere tenuto in stretta ed oculata considerazione.
Non è nel segno del diritto ad essere trattato con dignità se vengo infamato perché non faccio goal o non sono all’altezza di chi sa quali aspettative!
La dignità infatti non è vana, non è basata sul nulla, è costruita su delle persone concrete, su dei valori che formano.Essere trattati con dignità è dare la possibilità di esercitare il diritto alla “qualità” della vita, alla “qualità” dell’ambiente, poter esercitare sport sano, poter giocare serenamente…
Occorre quindi perseguire la promozione integrale dell’uomo.Per raggiungere tale obiettivo, c’è un cammino che passa dalla confidenza, dall’amore, dalla collaborazione. “È necessario - dice don Bosco - che ci mettiamo d’accordo e che tra voi e me regni una vera amicizia e confidenza”.Si tratta di stabilire una relazione educativa solida, fondata sull’affetto personale maturo, e di adottare una pedagogia capace di trasformare l’ambiente educativo in una famiglia.
È una questione di cuore.
Questo cammino è possibile solo se parte dall’amore e dalla stima dell’ “educa-allenatore”, sperimentati dal ragazzo. Occorre una presenza attiva in un atteggiamento del cuore che rende il ragazzo non un utente, ma un protagonista, capace di dare e di ricevere.Quello che noi cerchiamo è ciò che valorizza il rapporto tra le persone, la gioia, la personalità e non la delusione, l’abbattimento, il fallimento, l’esclusione…Il rapporto personale ci dice come la dimensione educativa non può essere standardizzata…anche se questo impegna tanto, tanto, tanto…I giovani ci fanno guardare al futuro, in loro si prefigura la società di domani. Non bisogna sbiadire i volti, gli occhi, il rapporto personale con i ragazzi. Sono loro che sono importanti, non la rincorsa al successo. Certo, come ho già detto, questo non vuol dire che deve morire la competitività. Non ci sarebbe più il gusto del gioco, anzi, forse non ci sarebbe più neanche il gioco! Se gioco, devo cercare di vincere! Ma posso giocare in un modo o in un altro.
A questo punto mi permettere di fare alcune citazioni:
Dal CCC (Catechismo della Chiesa Cattolica)
- E' necessario che tutti, ciascuno secondo il posto che occupa e il ruolo che ricopre, partecipino a promuovere il bene comune. Questo dovere è inerente alla dignità della persona umana (n° 1913).
- Le comunità umane sono composte di persone. Il loro buon governo non si limita alla garanzia dei diritti e all'osservanza dei doveri, come pure al rispetto dei contratti.
Giuste relazioni (…) presuppongono la naturale benevolenza conforme alla dignità delle persone umane, cui stanno a cuore la giustizia e la fraternità (n° 2213).
- La dignità dell’uomo sta nella sua libertà e nella sua vocazione alla comunione con Dio” (Gaudium et spes, 19).
Essendo ad immagine di Dio, l'individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. E' capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone (n° 357).
- Il rispetto della persona umana implica il rispetto dei diritti che scaturiscono dalla sua dignità di creatura. (…) Se manca tale rispetto, un'autorità non può che appoggiarsi sulla forza o sulla violenza per ottenere l'obbedienza dei propri sudditi (n° 1930).
- Il rispetto della persona umana non può assolutamente prescindere dal rispetto di questo principio: “I singoli” devono “considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come "un altro se stesso", tenendo conto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 27] (n° 1931).
- Una teoria che fa del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell'attività economica è moralmente inaccettabile. Il desiderio smodato del denaro non manca di produrre i suoi effetti perversi. E' una delle cause dei numerosi conflitti che turbano l'ordine sociale.
Un sistema che sacrifica “i diritti fondamentali delle singole persone e dei gruppi all'organizzazione collettiva della produzione” è contrario alla dignità dell'uomo. (n° 2424).
Da alcune frasi di San Giovanni Bosco
MORALITÀ
La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate, lo sport, sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità. II,549.
GIOCHI
Riguardo ai giuochi è da ritenere che il giovane deve stare contento e perciò bisogna svagarlo con giuoco. XVI,168
ricreazione.
OZIO
I ragazzi bisogna tenerli continuamente occupati. V,347.
L’ozio è padre di tutti i vizi. VII,583.
Gli oziosi talora non sono neanche amanti della ricreazione.
Dal Dizionario di Pastorale Giovanile
La definizione classica indica nel gioco una attività strutturata mirante ad una gratificazione individuale o di gruppo, svincolata da fini immediati di produzione (lavoro) e da necessità immediate di difesa individuale o del gruppo o della specie. Come si osserva da questa definizione il gioco possiede due qualità particolari: la capacità di gratificare chi lo pratica e l’assoluta gratuità…Il gioco può avere benefici effetti sulla persona umana. È noto ad esempio che esso è per i bambini una notevole forma di apprendimento, oppure che esso è per gli adulti una importante forma di compensazione psicologica e di creatività.Il gioco può essere definito un sistema di comunicazione e di relazioni che la persona stabilisce con se stessa, con gli altri e con la realtà naturale e simbolica in cui vive.(… su questo aspetto del gioco non vado oltre perché è un tema che è già stato trattato…)Il fenomeno sportivo registra una innegabile espansione presso i giovani in termini di pratica agonistica o dilettantistica, ma che allo stesso tempo evidenzia periodicamente fenomeni di alienazione collettiva (vedi violenza negli stadi) che confermano la vecchia ipotesi secondo cui lo sport mercificato e strumentalizzato a scopo puramente evasivo diventa droga pericolosa e distruttiva… Una richiesta esplicita di valori espressivi quali lo star bene insieme, il condividere la felicità, il manifestare solidarietà attraversano la pratica sportiva dei giovani più sensibili.L’articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sottoscritta dai paesi aderenti all’ONU, con 48 voti favorevoli e 8 astensioni, così dice: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri con spirito di fratellanza.
Ciao a tutti.
Vostro don Daniele
5. "DIRITTO A FARE SPORT IN SICUREZZA, ASSISTITO DA PERSONE COMPETENTI”
Nell’Ambito dello sviluppo della pratica sportiva degli ultimi anni risulta evidente come l’approccio al problema dell’insegnamento per le fasce giovanili sia profondamente cambiato. La richiesta di qualità nell’insegnamento sportivo, presuppone soggetti sempre più professionali, anche per l’insegnamento di primo impatto con bambini e ragazzi. Quello che fino a pochi anni or sono veniva svolto nelle scarsissime ore di educazione fisica della scuola ( ore addirittura inesistenti alle elementari) o in circoli parrocchiali o nelle associazioni sportive, dove il volontariato e la passione degli insegnanti e dei tecnici supplivano integralmente alla mancanza di una cultura sportiva di base nazionale, ora non è più proponibile. La formazione e l’aggiornamento dei tecnici e degli operatori sino diventati prioritari rispetto ad ogni altro parametro in quanto solo degli insegnanti in grado di dare un corretto imprinting, a livello fisico,mentale ed educativo, potranno supportare il lavoro degli operatori tecnici sportivi che riveleranno gli atleti degli anni successivi. Questa logica, dalla quale non si può certo tornare indietro, va vista soprattutto dalla parte dei bambini, quindi come diritto del giovane “atleta” di essere seguito e accompagnato nel suo percorso da persone di assoluta fiducia e accertata preparazione tecnico didattica. Dovere, quindi del tecnico “professionista” di continuare ad informarsi ed aggiornarsi, dovere del volontario sportivo, dell’operatore di informarsi ed aggiornarsi e diventare più “professionale” possibile, dovere di tutti nell’ambito dell’insegnamento sportivo e non, di farlo con passione, amore, serietà.
Laura di Toma
6. ”DIRITTO A SVOLGERE ALLENAMENTI DA BAMBINO”
L’attività motoria e sportiva è da considerarsi, in età prescolare, come progetto educativo e di orientamento per la crescita e lo sviluppo in salute, e non finalizzata dunque alla prestazione e al risultato sportivo. Il movimento è condizione primaria per la funzionalità del corpo, un linguaggio che consente di esprimere l’interiorità individuale, di raggiungere la soddisfazione del piacere corporeo, di realizzare i propri intenti comunicativi e di interagire con gli altri.Il movimento del corpo è elemento strutturale di ogni sistema relazionale in evoluzione.Tutto ciò potrà trovare piena realizzazione se verrà esperito dal bambino sotto forma ludica: il gioco infatti ha un ruolo di centralità nella costruzione delle relazioni affettive primarie e nella formazione e sviluppo delle abilità cognitive del bambino.
Il gioco permette al bambino di sperimentare gli schemi motori ( correre, saltare, afferrare) e mentali, di assimilarli e accomodarli in vista di un miglior adattamento all’ambiente. Il bambino sperimenta il gioco non come occasione di apprendimento, bensì in relazione ad un bisogno, quello cioè di ridurre la tensione neuromotoria( e cioè il piacere, ne costituisce la motivazione primaria al movimento). Successivamente il gioco richiede l’introduzione delle regole: queste sono fondamentali nella costruzione del pensiero logico e contemporaneamente nella percezione della dimensione sociale del comportamento umano. Fatta questa debita premessa va detto che la maturazione attraverso l’esperienza psico-corporea del bambino prevede delle fasi graduali di sviluppo fino all’età puberale , dove può avere piena realizzazione l’idea di sport inteso anche come competizione agonistica: fase dell’educazione motoria di base, fase dello sviluppo delle capacità motorie, fase dell’avviamento allo sport.
Obiettivo principale dell’educazione motoria di base è lo sviluppo delle capacità senso percettive, uditive,visive,tattili,delle capacità coordinative, che concorrono a formare nel bambino una corretta percezione dello schema corporeo, una buona lateralizzazione, una motricità generale ben orientata.
Questi obiettivi neuoropsichici sono dei prerequisiti fondamentali per l’apprendimento di alcune capacità strumentali scolastiche, quali la lettura e la scrittura,o per l’acquisizione di fondamentali concetti spazio temporali ( dentro-fuori, alto-basso, avanti-dietro, prima-dopo) necessari all’orientamento del bambino nello spazio fisico e psichico.
Da una buona educazione motoria di base può avere avvio un lavoro di sviluppo di quelle capacità motorie più generali e specifiche, che permettono la padronanza del movimento, l’adattamento e la trasformazione dei movimenti in vista di prestazioni fisiche diverse, l’acquisizione di strategie di orientamento, di differenziazione dinamica, di anticipazione motoria, di attenzione e di esecuzione. In tal modo lo sport diventa occasione per sperimentare situazione emotive particolari ( vittorie, sconfitte,esaltazioni,frustrazioni,ansie,divertimento), che, per il loro carattere ciclico, rituale e graduale, diventano strumento di crescita, di evoluzione, di autostima solo se c’è accanto un istruttore/educatore che aiuta ad elaborare, in un clima agonistico non esasperato, questi vari momenti non solo dal punto di vista tecnico, ma emozionale e mentale.Nella fase di avviamento allo sport infine si realizza l’evoluzione, il perfezionamento o il potenziamento di gesti motori di base. In età prescolare si deve intendere lo sport come un’attività motoria da fare praticare ai bambini sotto forma di gioco e nel senso dello sviluppo degli schemi motori di base.
Dott.Giorgio Mezzoli
7. "DIRITTO A MISURARSI ALLA PARI CON L'AVVERSARIO"
Misurarsi alla pari con l’avversario significa:
- Vivere l’agonismo come potenziamento delle proprie risorse.
- Considerare l’avversario come stimolo per dare il meglio di sé e non come occasione di rivalsa.
-Capire che il vincente può perdere, ma utilizza l’esperienza della sconfitta per rendersi conto dei suoi sbagli.Il perdente non impara mai e continua a ripetere gli stessi errori
-Non avere paura di tentare: anche se l’insuccesso non è mai piacevole, il vincente sa rischiare
-Prendere coscienza che misurarsi con un avversario forte è una opportunità di miglioramento.
Lucia Brigliadori
Marina Parma
8. ”DIRITTO A PARTECIPARE A GARE ADATTE ALL’ETA’ ”
L’attività agonistica può essere utile per contribuire alla crescita dei ragazzi, non sempre la gara è utile e indispensabile. Occorre spostare l’obiettivo, dal mito della vittoria e del successo, al vero protagonista dell’attività sportiva: la persona; quindi la scelta dell’attività agonistica deve sempre tenere conto dell’età e delle caratteristiche psico-fisiche del ragazzo. L’agonismo deve essere proposto in modo graduale, deve essere proposto in modo giocoso, considerando sempre la gara come utile incontro con coetanei, mai come scontro, soffocando la tentazione della prevaricazione e della violenza.La scelta dell’attività agonistica deve tenere conto dell’apprendimento tecnico dei ragazzi, la gara deve essere inserita in una seria e lungimirante programmazione tecnica. Troppe volte la scelta del campionato è subordinata agli obiettivi della società sportiva, a mio avviso la scelta deve essere legata al percorso del gruppo ( per le attività di squadra) o del ragazzo ( per l’attività individuale); occorre avere il coraggio di sapere di non vincere. Oggi il sistema sport prevede tre soggetti: atleta, famiglia, società sportiva proponente l’attività; trattando considerazioni rivolte a ragazzi, spesso loro richiedono socializzazione,apprendimento dell’attività, lavoro fisico e divertimento; questi aspetti devono essere considerati sia dai restanti soggetti, la famiglia deve comprendere che il proprio figlio/a non è necessariamente un campione o “il migliore”, ma semplicemente un atleta che vuole esprimersi; la famiglia deve accompagnare il figlio senza generare illusorie aspettative, deve accompagnare l’esperienza sportiva considerandola una tappa utile per la crescita; la società sportiva deve educare anche attraverso la scelta delle attività agonistiche, viste come un completamento dell’apprendimento, mai come il fine dell’esperienza sportiva. La gara deve servire a motivare gli sforzi compiuti durante gli allenamenti, deve essere posto come stimolo al miglioramento e come occasione di incontro e socializzazione. Ecco perché scegliere gare adatte all’età e all’apprendimento tecnico è molto importante, aspetto che famiglia e società sportiva devono garantire ai ragazzi che praticano sport, solo così l’esperienza sportiva può risultare equilibrata e armonica, sempre adeguata alla naturale crescita dei ragazzi. Esiste anche l’elemento della partecipazione attiva alla gara, in età giovanile la partecipazione attiva è indispensabile, necessaria per tutti; molto negativo vedere lunghe panchine composte da ragazzi che non partecipano all’evento sportivo , difficile far comprendere loro che le differenti capacità generano scelte tecniche differenti, difficile far comprendere loro che lo sport è divertimento se a giocare sono sempre gli altri, ecco perché è indispensabile garantire a tutti adeguati e significativi spazi durante la fare agonistica. Sollecito le società sportive, i dirigenti e i tecnici a adoperarsi perché nei settori giovanili la panchina sia sempre molto “corta”, perché troppo spesso l’abbandono dell’attività sportiva in età giovanile è causato da inattività, e questo è inaccettabile.
Il panorama organizzativo italiano permette interessanti scelte nell’ambito agonistico, noto che molte società vedono unicamente l’attività delle federazioni sportive, attività indispensabile per gli scopi olimpici e “altamente” agonistici, molti dirigenti sanno che esistono campionati proposti da enti di promozione sportiva, spesso meglio organizzati e gestiti, attività utile per consentire l’approccio alle gare in modo più graduale; gli strumenti non mancano occorre conoscerli e praticarli.L’educazione alla vittoria e alla sconfitta è molto utile, solo se esiste un naturale equilibrio tra desiderio alla vittoria e costruttiva accettazione della sconfitta.
Daniele Trevisani
9.“Diritto al giusto tempo di riposo”
In questo nostro tempo l’interesse per l’infanzia è paragonabile ad un raggio di sole che illumina l’universo adulto di sfumature infinite.
Si può affermare che il bambino sia divenuto il centro di un’attenzione sociale che, viaggia attraverso tutte le strade che vanno dal singolo al gruppo, dal privato al pubblico, dalla famiglia alle agenzie educative, da qualsiasi forma d’arte alla televisione…
Ma in questo viaggio di conoscenza e scoperta, noi adulti, spesso, percorriamo strade lontane dal mondo bambino, seguendo logiche che appartengono solo alla nostra dimensione.
Il bambino è ‘altro’ da noi.
Il tempo degli adulti per stare in ascolto, per comprendere, per essere curiosi di quello che accade intorno è sempre più incalzante e limitato.
La fretta accompagna ogni gesto.
La rapidità è la qualità che determina parole e azioni.
All’opposto, l’infanzia ama la ‘lentezza’, è animata da un incessante bisogno di avventure cognitive ed affettive, si permette di perdere tempo per osservare, per provare, per costruire ipotesi, che magari ribalterà subito dopo, non ama programmare, si lascia andare alle scoperte, con un piacere apparentemente privo di obiettivi immediati. Il bambino ha l’esigenza, anzi ha il diritto irrinunciabile, di un tempo di incontro con gli altri da lui, che siano bambini o adulti.
L’io bambino vuole avere il tempo per sperimentare momenti, elaborare conferme, trovare sicurezze e nel fare e nel vivere questo ci indica una strada.
Imparare a stare con i nostri bambini, figli, allievi vuol dire, per alcuni di noi, ritagliarsi spazi e tempo in giornate che paiono a volte non avere mai fine.
Valorizzare la ‘velocità’, che trasforma l’energia in dinamicità, vuol dire individuare la soglia di un tempo oltre il quale non bisogna andare.
La ‘velocità’ incita la ricerca al suo interno, della capacità di sapersi fermare, per verificare quanto sta avvenendo. Le pause rigenerano le energie spese.
‘Velocità’ e ‘lentezza’ sono più vicine di quanto si pensa.
Ogni età possiede velocità e lentezze che si integrano a vicenda.
La ‘lentezza’ non è più un valore connaturato dell’individuo, ma può divenire una scelta.
Per riconoscersi fuori da sé, ma anche nell’altro, abbiamo bisogno di tutto il nostro tempo, perché questo avvenga le pause sono necessarie.
Se si indugia, per un istante, non è perché si è pigri o svogliati.
Fermarsi permette di ri-pensare in profondità, di ordinare i pensieri per generarne dei nuovi, di ascoltare e ascoltarci.
Purtroppo sembra che questo mondo vada in direzione opposta. Anche per i bambini.
L’obiettivo è accelerare i tempi, per raggiungere i risultati attesi nei vari ambiti educativi: a scuola, nello sport, in famiglia, nella comprensione e nell’apprendimento.
Ma la ‘velocità’, nei risultati attesi, cancella sfumature, passaggi, conquiste delicate e intime da parte del bambino. Ridare un senso alla ‘lentezza’, non significa negare l’importanza della ‘velocità’, della vivacità dinamica nel realizzarsi; questa troverà comunque posto in altri momenti e in tempi già obbligati.
Aver voglia di perdere tempo con i propri bambini, figli, allievi è una consapevolezza che rende felici…che sia una volta al giorno, periodicamente, oppure ogni tanto.
Scrive Epicuro che, come si sceglie il cibo migliore e non la quantità, così non si gode il tempo più lungo ma il più dolce. La dolcezza è uno stile da ricercare.
La ‘lentezza’ è un risultato che si conquista scegliendola come progetto di vita.
Certo occorre molto allenamento all’ascolto e al rispetto per noi stessi e per l’altro, per sentirsi veramente liberi di vivere ciò che si crede giusto, privilegiando ogni volta, una scelta invece di un’altra.
Nel segno della ‘lentezza’ un genitore e un figlio, un adulto e un bambino fondano i capisaldi di una convivenza piacevole e moralmente buona; costruiscono qualcosa che li soddisfa, preparano la scatola dei ricordi, giocano con la vita.
Così si delineano i confini di una piccola immortalità relazionale, che rimane nella memoria e si conferma nella continuità, nel tempo.
Alla ragione degli adulti, pertanto, è affidato il compito importantissimo di proteggere l’amore e il tempo lentamente prezioso che lo alimenta nel cuore dei bambini.
I sentimenti hanno bisogno di tempo, di rinforzi continui. Ognuno nel rispetto dei ritmi dell’altro. La ‘velocità’ non permette di valorizzare tutte le sfumature comunicative ed emotive, spesso livella i rapporti interpersonali.
Penso al ciclo della natura e ai contadini quando scelgono di lasciare un terreno a ‘maggese’: senza coltivarlo, senza semina, a riposo…Per qualche tempo esistono solo erbe selvatiche, fiori di campo, profumi nuovi…ma poi, dopo la pausa…una semina nuova e la magia di un raccolto abbondante! Buon maggese a tutti noi!
“ Erano foreste di re
erano serpenti alati
erano capanne di vento
voci tra le lievi canne
era che ero io
che avevo tre anni”
(Nino Pedretti)
Giosi D’Amore
10. "DIRITTO A NON ESSERE UN CAMPIONE"
Ogni bambino ha diritto a non essere un campione.
Fare sport e competere significa vincere e perdere.
Ogni bambino ha diritto a ricevere complimenti e riconoscimenti non solo per la vittoria, ma per l’impegno e la lealtà con cui affronta ogni prova. L’impegno e la lealtà, non solo la bravura, devono essere premiati con la partecipazione alle competizioni
Lo sport è educazione.
Del corpo a conoscere i propri limiti e i propri talenti.
Della mente a comprendere e rispettare le regole: i diritti e i doveri.
Della persona a collaborare e confrontarsi lealmente con gli altri.
Lo sport è competizione, non battaglia.
Viva lo sport.
Il Sindaco
Giacomo Venturi
Cosa facciamo 





